sabato 5 gennaio 2013

Danza e pubblicità #1

Miracolosamente questa mattina sono sola a casa. Nessuno che piange, nessuno che litiga, nessuno che urla "mammaaaaa". Sono emozionata per questo momento di solitudine. Ho avuto un attimo di smarrimento, volevo fare così tante cose che non sapevo da dove cominciare. Così, tanto per iniziare, mi sono infilata sotto il piumone e ho deciso di dedicare qualche minuto al blog. E navigando mi sono imbattuta in pubblicità di vari prodotti che sfruttano il canale della danza. Così come Segue, marchio italiano di borse e accessori, che ha promosso la linea autunno/inverno 2012/2013 con l'immagine di ballerine. E se la devo dire tutta non mi piacciono molto. Alcune si vede proprio che non sono ballerine, e la cosa mi urta molto. Quando una non ballerina mette al piede una scarpetta da punta mi sembra un sacrilegio!!!








Bagutta, storico brand milanese di camicie, invece, ha scelto Petra Conti e Eris Nezha, solisti del Teatro alla Scala, come testimonial, scegliendo gli scatti di Julian Hargreaves che risultano essere molto eleganti.




Un'altra ancora l'ho trovata davvero molto carina e divertente. Il prodotto è una linea di smalti e il protagonista è un cavallo meraviglioso che si improvvisa ballerino di varie discipline. Con gli zoccoli ovviamente smaltati. Fantastico!



Ce ne sono molte altre pubblicità "ballerine", pian piano ve le mostrerò. Voi se ne avete qualcuna da suggerire potete farlo qui o sulla mi pagina facebook, che trovate a destra. 
Adesso continuo a godermi questa splendida solitudine! Buon fine setimana!

venerdì 4 gennaio 2013

Sono in tempo per fare gli auguri di buon anno?




Il tempo vola…è arrivato il nuovo anno e con questo spero anche tantissime cose positive. Il 2012 è stato un anno un po’ di passaggio per me, di certo è stato importante perché ho deciso di riprendere a scrivere sfruttando una mia grande passione, la danza. Dopo anni ferma a casa a crescere i due marmocchietti, ho ripreso a vedere spettacoli, andando a teatro anche da sola, cosa che non credevo di riuscire a fare e invece è molto più bello di quanto credessi. E scrivere di danza mi da soddisfazione, mi fa ballare ancora un po’, ha consentito di non farmi tagliare il laccio a quelle scarpette che ho tanto amato e odiato. Riuscire a fare interviste a coreografi importanti, rompere la mia timidezza e contattarli e ricevere tanta stima mi ha fatto bene all’anima. Ogni tanto vorrei scrivere di me, delle mie giornate, dei miei figli, ma poi penso che sià più bello che questo blog mantenga la sua caratteristica danzante. D’altronde le mie non sono critiche. Chi sono io per criticare? Nessuno. Le mie sono solo sensazioni ed emozioni riportate qui. E sono una parte di me, per questo, in fondo non c’è bisogno che io parlo di altro, la danza parla di me.
Buon anno, con un po’ di ritardo!

domenica 23 dicembre 2012

Il sogno dell'aguglia - Le reve de l'orphie




Ho visto dare ai quadri voce e movimento. Ho visto occhi dipinti raccontarsi, prendere vita, esprimersi. Quei volti che nascondono ciascuno la loro storia, accumunati dall’elemento dell’acqua, attraversati da tonni e aguglie. È quanto è accaduto al Zo di Catania dove un’ esposizione dei quadri di Sergio Fiorentino ha dato vita ad uno spettacolo di danza, prosa e musica. Le coreografie di Daniela Campione e Salvo Alicata, come sempre fluide e interpretative delle parole che accompagnano i loro movimenti, hanno avvicinato lo spettatore ad un mondo visivo in cui ci si fa coinvolgere dalle proprie sensazioni.
Ho visto un quadro di Sergio Fiorentino a casa di un amico e ricordo perfettamente di essere rimasta molto colpita dallo sguardo di quei due uomini su quella tela, sembravano volessero raccontarsi e al contempo essere imprigionati in quei colori. Lo spettacolo, Il sogno dell’Aguglia – Le revè de l’Orphie, ha permesso a tutti quei sognatori immersi nel mare di uscire dal quadro, guardarci ancora e parlare con noi. 










lunedì 10 dicembre 2012

Vittoria Ottolenghi. La Critica.


Io l’amavo, la adoravo, la leggevo con avidità, divoravo i suoi articoli. Compravo Balletto Oggi e non saltavo mai un suo articolo. Per me era una fonte di critica sacra. Mi ricordo quando lessi la sua critica negativa su Sylvie Guillem. Quando di lei disse che era fredda. Era senza peli sulla lingua. Lei era così, schietta, vera. E mi ricordo quando registravo le sue puntate in tv. Il suo programma Maratona d'estate.  Per sempre lei sarà la mia guida, anche se non c’è più.
Alla domanda: "Chi sono oggi la ballerina e il ballerino migliori del mondo?", i più rispondono: "Sylvie Guillem e Mikhail Baryshnikov". Curiosamente, proprio questi due artisti mi entrano da un occhio e mi escono dall’altro, senza lasciare traccia. Cercherò di spiegare, anche a me stessa, questa mia irragionevole indifferenza, se non addirittura animosità; nella consapevolezza che la colpa è probabilmente tutta mia.
Di Baryshnikov ho già parlato, anche su Balletto Oggi; e ne riparleremo magari un’altra volta. Per Sylvie Guillem, il mio problema viene da lontano. E cioé dal giorno in cui, tanti anni fa, arrivai in Bulgaria, come membro della giuria per l’Italia, al famoso Concorso di Varna giovani danzatori. Arrivai con qualche giorno di ritardo – e cioé quando erano già finite le prime eliminatorie. E subito l’amico André-Philippe Hersin, giurato francese per quell’anno, prima ancora di chiedermi come stavo, mi rovesciò addosso la sua travolgente, entusiasta certezza: la giovane candidata francese avrebbe vinto e stravinto, perché enormemente più brava e più bella di tutti.
Ahiahiai, il mio "rapporto" a distanza con Sylvie Guillem cominciava malissimo. Mi sentivo – sia pure amabilmente – oppressa e prevaricata da André Philippe e dalla force des choses. E così quando arrivò il giorno delle semifinali, cercai un altro giovane volto a cui guardare, e un’altra alta tecnica da esaltare. Pensai di parteggiare per Katherine Healy, un’americanina di 15 anni (che oggi è étoile del Balletto dell’Opera di Vienna). Era bruna, piccola e tondetta. Il contrario di Sylvie Guillem, bionda, alta, snella. La piccola Kathy saltava come un grillo e girava come una trottola, nelle invenzioni più virtuosistiche e acrobatiche del repertorio classico. Sylvie Guillem aveva scelto, invece, una variazione dal profumo più lirico che acrobatico: era regale, bellissima, distaccata. Troppo distaccata, mi dicevo, con qualche irritazione.
Al gran finale, mi pare, ci fu la terza tappa nel mio rapporto negativo con Sylvie Guillem: interpretò l’assolo La luna di Béjart, che tutti noi indentifichiamo con Luciana Savignano (per cui fu creato). La Savignano era una Luna insuperabile: tutto meno che distaccata. Era anzi impastata di furori segreti, sotto la gelida scorza lunare. Sylvie Guillem era, invece – mi dissi – soltanto gelida scorza. E sotto la scorza, nulla. Votai per Katherine Healy. Sylvie Guillem vinse a stragrande maggioranza, naturalmente, la Medaglia d’Oro.
La lealtà mi impose, comunque, pochi mesi dopo, di invitare Sylvie Guillem, oltre a Katherine Healy, alla "Maratona di danza" del Festival di Spoleto, che ho curato fino al 1996. C’erano, nella Maratona, un gran numero di "divi" internazionali, tra cui Rudolf Nureyev, Antonio Gades, Peter Schaufuss, Carla Fracci, Kevin MacKenzie, Ohad Naharin, Vladimir Derevianko, Elisabetta Terabust. Sylvie Guillem arrivò con Rudolf Nureyev, allora neo-direttore della compagnia dell’Opéra di Parigi, della quale lei già faceva parte. Nureyev seguì la sua prova con l’attenzione di un vero maestro: correggeva, mostrava, spiegava. Lei recepiva l’insegnamento di Nureyev con la stessa aria da regina sdegnosa, di dea gelida, che aveva a Varna. A me chiese, con piglio autoritario, di non collocarla, nel programma, dopo la Healy, ma prima. Mi lasciò di stucco, impaurita quasi, con quel suo tono che non ammetteva replica. Mi affrettai ad assecondarla. Danzò il passo a due del "Cigno Nero": bellissima, perfetta, fredda. Ma, mi dicevo, anche per legittimare la mia ostilità irritata, il Cigno Nero non deve essere freddo, col Principe, ma seducente e così colmo di passione, da eccitare anche i sassi. Fu applauditissima, da tutti, pubblico e critica, con mia buona pace.
Da allora la situazione "difficile", per me, si ripresentò in tante successive occasioni. Prima, nei vari spettacoli "Nureyev and friends": spettacoli un po’ frettolosi, forse, ma di alto livello tecnico. Il cast era sempre formidabile, con la presenza costante, oltre a quella di Sylvie Guillem, di Charles Jude, Isabelle Guérin, Manuel Legris (che allora, ci dissero, era il suo fidanzato). Una volta, ebbi anche la ventura di vederla con un altro gruppo di "Stelle dell’Opéra di Parigi", capeggiato da Patrick Dupond. Sylvie Guillem entusiasmò il pubblico con la variazione di Esmeralda, quella in cui leva più volte in alto, sopra la testa, il tamburello e lo percuote con il piede: così bella, così giovane, così acrobatica, così impeccabile. Nella mia ostilità – sempre più nascosta, sul piano ufficiale, in mezzo a tanto tripudio – mi vendicai pensando: "Dovrebbe praticare, più che la danza, la ginnastica artistica" (poi lessi, da qualche parte, che Sylvie Guillem proviene realmente dalla ginnastica artistica).
Ormai è irragiungibile: l’Inghilterra se l’è presa, come una gemma preziosa, per insediarla sul trono che fu di Margot Fonteyn. Che si può volere di più. Ma, per me, ohimé, fu l’ultima provocazione: com’è possibile che quel ghiacciolo perfetto, con la gamba levata in alto fino ai 180 gradi – e oltre, presumo, se volesse – vada a sostituire quel prodigio di grazia sorridente e di serena dolcezza, che fu Margot, una vera regina? E, in piena consapevolezza della mia miopia e della mia partigianeria, finii per ignorarla, per dimenticarla quasi, lasciandola lassù, agli Inglesi fedifraghi.
Ma rieccola, tenuta per la mano da Maurice Béjart alla fine di Boléro, fiero ed emozionato, come se Sylvie Guillem fosse sua figlia. Di quel Boléro non ricordo nulla, se non l’applauso universale, il rosso tiziano della sua capigliatura, i capelli lisci, la frangetta, il body rosso cupo, come un costume da bagno "Jantsen" degli anni Trenta, a un solo pezzo, e la muscolatura quasi mascolina. Non sono riuscita a rintuzzare, nel segreto dei miei pensieri, il commento più sleale e trasgressivo, a questa sua nuova immagine. E a chi mi chiedeva, dopo lo spettacolo: "Non è fantastica?" oppure "È divina, non trovi?" ho sempre risposto a bassa voce: "Sì certo", felice di non doverne scrivere il giorno dopo.
Ma adesso le cose si complicano: Sylvie Guillem sta per tornarmi davanti agli occhi, come coreografa e interprete principale di Giselle. I ballettofili perfetti già pregustano il meraviglioso evento. Io, col capo sotto la sabbia, come uno struzzo, cerco di non pensarci. Già me la vedo: bella, acrobatica, elegantissima, nel primo atto; pallida e fredda come la luna, e con le perfette punte d’acciaio, nel secondo. E già prevedo il suo trionfo, mentre io – incapace di incassare anche quest’altro colpo – me ne tornerò a casa con la coda tra le gambe, pensando alla Chauviré, alla Pontois, alla Fracci, alla Makarova, con clandestino rimpianto.
Vittoria Ottolenghi(BallettoOggi n°115 – Febbraio/Marzo 1999)


giovedì 6 dicembre 2012

Lo schiaccianoci


Avevo cinque anni circa, non di più, e i miei genitori mi portarono al cine teatro della nostra città per vedere una cugina che si esibiva ad un saggio di danza. Si sa, a quell’età i ricordi sono sfumati. Però ricordo benissimo la poltrona grande rispetto a me, ricordo le luci e ancor più ricordo quelle ballerine che si muovevano come bambole. Questa cosa mi colpì tantissimo, così tanto che dopo qualche mese iniziai pure io le lezioni di danza per poi interromperle a causa della varicella e per riprenderle dopo 3 anni fino ai 28.
Era Lo Schiaccianoci quel balletto che mi ha rapito! E pensare che ho visto mille spettacoli, ma non ho mai visto Lo Schiaccianoci. Ma neppure su dvd, perché il mio cane quando era cucciolo l’ha rotto subito dopo che lo acquistai.
Mi emoziona l’idea che due occhi di bambina possano essere catturati da uno spettacolo a tal punto da rendere quell’arte, che ancora non conosce e non ne ha consapevolezza, la sua passione più grande. Il mio desiderio più grande è sempre stato quello di diventare un giorno una ballerina, ma oltre al talento e alla tecnica ci vuole anche tanta fortuna. E io vivevo in un paese del profondo sud dove c’era una sola scuola di danza e per quanto io adorassi la mia insegnante di danza, a posteriori devo ammettere che non era molto brava ad insegnare. E così ho sprecato i miei primi dieci anni di danza, sviluppando solo l’amore e la passione per la danza. Poi ho trovato l’insegnante giusta, ma ha prevalso la razionalità di proseguire gli studi universitari, e poi il lavoro e infine la mia meravigliosa famiglia.
E’ rimasto un sogno chiuso nel cassetto.
Era solo un ricordo che volevo condividere con voi e siccome siamo vicini al Natale e Lo Schiaccianoci è per eccellenza il balletto natalizio vi/mi propongo qui  il classico dei classici. Buona visione!


martedì 13 novembre 2012

Odisseo, il naufragio dell'accoglienza. Compagnia Zappalà Danza.



Finalmente dopo mesi di silenzio, dopo mesi di astinenza dagli spettacoli di danza, domenica sera sono andata a vederne uno.
Compagnia Zappalà Danza, Scenario Pubblico, Catania.
Compagnia e sede, un connubio per me magico, perché quel posto è davvero speciale, è un angolo di paradiso, un posto in Sicilia quasi surreale.
Sì, perché in questo posto, sede della compagnia e dell’associazione no profit si riesce sempre a respirare aria di arte, si respirano emozioni.
Questo è il secondo spettacolo della compagnia a cui assisto. Dopo Silent as…, domenica ho visto Odisseo, il naufragio dell’accoglienza. Non è uno spettacolo semplice da raccontare, ma è uno spettacolo pieno di sentimento, sentimento che viene dallo stomaco, come un pugno, come un conato di vomito, quello che i danzatori hanno all’inizio dello spettacolo sputando fuori la loro emozione. Sentimento come quello di un abbraccio, simbolo chiave di tutto lo spettacolo, simbolo, appunto, dell’accoglienza. Un’ora e mezza trascorsa tra i brividi di un mare in tempesta, tra le convulsioni dei naufraghi, la loro sofferenza, il loro dolore che fuoriesce dalle loro urla. Gli otto danzatori si mostrano forti, scattanti, e molto teatrali. I loro sguardi non mi hanno lasciata per un attimo, li ho sentiti addosso tutto il tempo come la paura della morte durante un naufragio, le loro urla di protesta urlate con tutta la rabbia di chi la sofferenza l’ha provata sulla propria pelle mi hanno inchiodata alla sedia, rendendomi incapace di reagire, ma allo stesso tempo dandomi quell’impeto di alzarmi anche io per urlare il mio dolore.
Il tutto scadenzato dalla voce calda e rassicurante di Franco Battiato che recitava un passo delle letture di Lucrezio e dalla voce lirica di Marianna Cappellani.
Ho ritrovato degli elementi chiave della Compagnia, che si ripetono nelle produzioni di Zappalà, elementi che rendono veramente inconfondibile il suo stile e che mi fanno tornare la voglia di rivivere con loro le emozioni che sanno regalare.
A fine spettacolo c’è stato l’intervento di due fratelli del coreografo che ci hanno voluto rendere partecipi di un loro dispiacere, quello di non aver ricevuto, al contrario dello scorso anno, i finanziamenti pubblici, essendo stati deliberatamente declassati da una commissione dalla categoria A alla categoria D. Mi è dispiaciuto davvero tanto, perché il teatro italiano continua a vivere un momento sempre più buio e un posto come lo Scenario Pubblico che, a Catania e oserei dire sicuramente in tutta la Sicilia orientale,  è l’unico luogo che consente di assistere a spettacoli di alto livello, dovrebbe essere sostenuto da enti pubblici e privati, perché l’arte è quel che ci rimane per riempirci di emozioni ed evadere da questo momento difficile in cui ci troviamo.









mercoledì 7 novembre 2012

Tanti cigni, tanti laghi

Devo dire che io personalmente non mi stanco mai di vedere Il lago dei cigni, seppur visto e rivisto mi emoziona sempre. Le musiche di Čajkovskij, il suono di quell'arpa, quei tutù bianchi...Non so se invece voi vi siete stancati del solito tema fiabesco, dei soliti assoli e pas de deux, in caso di risposta affermativa direi che ci sono tantissime alternative, alcune molto valide altre...un pò meno!
Negli ultimi anni il tradizionale Lago dei cigni ha ispirato moltissimi coreografi, a tal punto da trarne tematiche sociali contemporanee stravolgendone la sua originalità. Mi viene in mente Odette Odile Investigations di Enzo Cosimi a cui ho dedicato un post dopo averlo visto che potete leggere qui. Ma credo che molto più interessante possa essere per  esempio il “Dada Masilo’s Swan Lake” della omonima coreografa, che si pone la domanda "E se il principe fosse gay? E se si innamorasse di un Odile uomo?” affrontando così il tema dell'omosessualità. Le musiche di Čajkovskij mixate a canti del Continente Nero, con uno stile coreografico decisamente africano regalano uno spettacolo coinvolgente e molto particolare.











Tornando in Italia una recentissima rilettura del lago dei cigni è quella di Loris Petrillo e della compagnia Opus Ballet. Anche qui le tradizionali musiche del compositore russo vengono mescolate a samba e suoni del quotidiano con uno stile contemporaneo in cui predomina una fisicità istintiva e animalesca senza mai perdere l'eleganza dei cigni. Qui il tema è la perdita dell'innocenza dell'uomo attualizzato ai giorni nostri.






Sempre di cigni e lago parliamo con Luc Petton, "Swan", in cui viene raccontata la trasfigurazione uomo/animale, ma questa volta i cigni sono veri e sono sul palco. Incredibile la simbiosi tra danzatori e cigni. Simbiosi nata dal contatto diretto e costante tra le sei danzatrici di Petton e i cigni fin dalla loro nascita.
Vi riporto di seguito una intervista tratta dal sito web di Danza & Danza:
- Come si è sviluppato il lavoro in sala prove tra danzatrici e cigni? Immagino sia stato un lungo lavoro di conoscenza reciproca…
“Il protocollo applicato è stato quello messo in luce da Konrad Lorenz: l’impregnazione. Ovvero abbiamo preso i cigni, bianchi e neri, dal giorno in cui si sono dischiuse le uova. Sono nati tutti alla presenza delle danzatrici, degli uccellatori e mia, e questo ha creato sin dalla tenera età una relazione vera che da sola ha permesso questa complicità. Un contatto assiduo per più di due anni. Ma devo ammettere che i cigni a loro volta hanno impregnato le danzatrici. Come tutte le relazioni, anche questa funziona a doppio senso”.
- E questo ha permesso che tutto filasse liscio?
“Per molto tempo le danzatrici hanno dovuto lavorare per eseguire movimenti rapidi e cambiamenti repentini di direzione senza che i cigni le attaccassero. Per costruire lo spettacolo hanno dovuto apprendere il loro modo di camminare ‘dondolante’, il gesto di ‘alzare le natiche’ e a ondulare braccia e gambe come fanno loro con il collo. E’ un animale non univoco che apre a molteplici prospettive di scrittura coreografica”.







Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. A voi la scelta!