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domenica 10 marzo 2013

Instrument 1 - Compania Zappalà Danza



Tre repliche di Intrument 1 della compagnia Zappalà Danza a Catania presso la loro residenza artistica. La loro produzione, se non la più importante, sicuramente quella più richiesta, contando più di cento repliche.

Foto di Gian Maria Musarra



Gestualità siciliane, tra antico e moderno. Si distinguono e si confondono. Donne siciliane luttuose con i loro lamenti, talmente esasperati da risultare tragicomici, che inaspettatamente si rivelano uomini di oggi aitanti e decisamente disinibiti. Lo spettacolo continua con il ritmo incalzante del marranzano, strumento antico siciliano suonato dal bravissimo Luca Recupero, che abilmente ha reso lo scacciapensieri uno strumento dal ritmo incalzante e prepotentemente contemporaneo ricordando a tratti sonorità elettroniche. Sette danzatori, tutti uomini, si sono esibiti in gestualità mafiose talvolta fondendosi con i suoni del marranzano, altre rincorrendosi e scontrandosi tra di loro, in una virilità musicale, dove il corpo è esso stesso strumento. E là dove il marranzano dovrebbe fungere da scacciapensieri, sorgono invece tanti dubbi e ci si chiede se l’antico non sia ancora attuale e l’invisibile non diventi palese agli occhi.

Spettacolo da non perdere. Prossimi appuntamenti della compagnia a Ravenna  al Teatro Alighieri il 17 Marzo.

martedì 15 gennaio 2013

Intervista ad Alessandro Sciarroni



Ho visto una foto di un suo spettacolo e l’ho guardata per un tempo per me indefinito, che mi è sembrato eterno. Sono stata catturata da quella immagine che mi ha fatto esplodere delle emozioni che non potrei scrivere, ma che mi hanno portato a cercare, a scovare, a leggere, ad ascoltare notizie su di lui. Chi è? Che fa? E' un regista? E' un coreografo? E’ Alessandro Sciarroni. E mi ha fatto il regalo post natalizio più bello che potessi ricevere. Rispondere alla mia intervista. Quando mi è arrivata la sua mail di risposta, ho letto le sue parole senza leggerle realmente perché volevo divorarle.
Adesso è a voi che voglio trasferire le mie emozioni regalandovi questa intervista ad Alessandro Sciarroni.

Alessandro, raccontaci come nascono le tue creazioni, dove trovi
l'ispirazione?
L'ispirazione per me è sempre una questione di intuizione. Normalmente vedo qualcosa che "blocca" il mio pensiero per qualche momento. Credo sia qualcosa che ha a che fare con la paura. La cosa che mi affascina, che ha catturato la mia attenzione, oltre ad essere "bella" pone sempre delle questioni controverse, fastidiose. Mi spinge a muovermi in un territorio dove non sono mai stato. Me ne fa sentire la responsabilità. Se il pensiero iniziale continua ad insistere nella mia testa per qualche giorno, allora può nascere un progetto a partire da questo pensiero, ed in seguito, un lavoro.

Purtroppo non ho ancora avuto il piacere di vedere dal vivo i tuoi lavori. Per fortuna esiste internet. Ho visto così, su tuo gentile invito, il tuo lavoro “Your Girl”, sicuramente molto forte come impatto iniziale. Personalmente ho un certo pudore nei confronti del diverso, per quanto non voglia mai considerarlo tale e vorrei trasmettere ai miei figli la naturalezza verso tutti. Prima di vedere Your Girl mi si insinuava il dubbio che tu avessi sfruttato la diversità per catturare la morbosa curiosità di alcuni spettatori,  quando invece ho visto il video completo di questo tuo lavoro, questo dubbio è crollato insieme alla parola diversità. Adesso sono curiosa di sapere quale emozione tu vuoi trasmettere con Your Girl. 
La questione delle emozioni da trasmettere è molto delicata. Sono convinto che ci siano molte persone che guardano a questo lavoro con sospetto. Io dal mio punto di vista sono molto sereno, perchè non lavoro mai pensando all""effetto" che un mio lavoro avrà sul pubblico. Non penso mai che una cosa farà ridere e una dovrà far piangere. Quando vedo qulcosa in una prova, e SENTO qualcosa che mi interessa, allora quel frammento probabimente finirà nello spettacolo. La stessa cosa accade quando non sono contento di ciò che vedo in una prova. Continuo a lavorare fino a quando questo senso di insoddisfazione non passa. In poche parole cerco di pormi, come maker, in una condizione di completa sincerità con me stesso rispetto a ciò che sento mentra vedo ciò che sto componendo. Sono io il primo spettatore dei miei lavori e cerco di analizzarli in maniera critica e onesta. In questo modo credo di assumermi la responsabilità di ciò che vedo. Se io mi emoziono mentre vedo una prova, allora sì, è possibile che anche parte del pubblico si emozionerà quando vedrà lo spettacolo finito. Ma non vado a caccia di emozioni da spacciare allo spettatore. Quello che decido di mostrare ha a che fare con ciò che sento io. Ricordo pefettamente il momento in cui abbiamo montato la scena finale di Your girl. Ricordo che mi tremavano i polsi dall'emozione. Ricordo la responsabiltà che ho sentito in quel momento: era l'immagine che stavamo cercando e questo ci faceva paura. Ma proprio per questo abbiamo deciso di mostrarla. Se io sono spettatore, oltre che maker, di ciò che faccio, se lo sono in maniera profonda, allora è possibile dire che è il pubblico che compone quell'opera, e nei casi più fortunati questo crea un'opera che è segno dei tempi…

Your Girl - Ph. Hugo Munoz


C'è un filo conduttore tra le tue varie creazioni? Se si, cosa lega un lavoro ad un altro?
Come ti dicevo, oltre ad avere un'ossessione per alcuni segni estetici, l'unica cosa che crea un legame tra i miei lavori è il mio bisogno in quel momento. Le creazioni che ho fatto fino ad oggi sono molto diverse tra loro. Questo perchè per me, mettermi al lavoro significa esorcizzare il senso di paura che provo all'inizio di cui ti dicevo sopra. una volta che la paura è passata, lo spettacolo è pronto e io sono nuovamente in viaggio verso l'esorcizzazione di nuova paura. 

Ho visto che hai fatto un'audizione per il tuo prossimo lavoro "I will be there when you die". Quali sono i criteri che utilizzi per scegliere i tuoi interpreti?
In questo caso sono molto specifici, poichè cerco dei giocolieri. Quindi devono saper far il loro lavoro, ovviamente. Ma poi sono alla ricerca di una sensibilità fisica, di una vibrazione energetica, e di precisione. Cerco un peformer che sappia rallentare il tempo, fermarlo se necessario. 

Consideri il tuo percorso artistico più vicino alla danza o al teatro? 
Rispetto a queste questioni…potremmo parlarne per ore. La questione è che oggi i linguaggi teatri e la danza contemporanea sconfinano facilmente nella Performance, e viceversa. Il termine Performance oggi è stato accettato in maniera impropria. Si usa molto spesso, per indicare un evento musicale, teatrale, di danza, ecc…che presenti un formato non esattamente tradizionale. Molti artisti che lo usano oggi ignorano completamente il fatto che con il termine Performance si fa riferimento alle azioni di numerosi artisti visivi, che dalla fine degli anni '60 hanno iniziato a considerare il corpo come medium, in opposizione al mercato dell'arte tradizionale che richiedeva un'ossessiva produzione di oggetti materiali. Si trattava di un linguaggio radicale, spesso violento. Chi faceva performance spesso odiava il teatro, perchè tutto ciò che accadeva in teatro era finto (questo è un concetto sul quale Marina Abramovich ancora oggi insiste).
In linea di massima io concordo con queste distinzioni rispetto ai linguaggi.
Negli ultimi trent'anni però gli artisti hanno sentito il bisogno di includere nella loro ricerca linguaggi provenienti da altre discipline. Oggi se vai a vedere uno spettacolo di danza non c'è nulla di strano se un
danzatore usa la parola. Io ad esempio, pur venendo dal teatro, pur essendo un attore e non un danzatore,
vedo circuitare i miei lavori principalmente nell'ambito della danza contemporanea, e pur nascendo come
regista, non sono affatto interessato all'uso della parola in scena. Francesco Vezzoli qualche anno fa vinse
la manifestazione “Performa”, a New York, presentando all'interno del Gugghenhiem di New York un
testo di Pirandello, Così è se vi pare, recitato da attori di fama internazionale: operazione del tutto coerente
rispetto alla sua ricerca. Marina Abramovich ha speso molti anni della sua carriera cercando di dimostrare
che la Performance era arte rivendicando il suo territorio e proponendo le sue azioni all'interno del circuito
dell'arte contemporanea, nelle gallerie. Il suo mercato oggi prevede, tra l'altro, la vendita dei "documenti"
legati alla performance (immagini innanzitutto) che assumono il valore di "monumento".
Ma io non venderei mai una foto di un mio lavoro. Per me quell'immagine è solo un documento. Passo continuamente dal linguaggio teatrale a quello della performance, e i miei lavori hanno sempre una forte connotazione coreografica ben precisa, e questo avviene in maniera conscia. 

Cosa temi di più nel tuo lavoro?
Questa è una domanda molto personale. Ha a che fare con le relazioni che si creano all'interno del mio lavoro, tra me, i miei collaboratori, e anche il pubblico. Non credo sia bene rispondere…!



         

         

lunedì 7 gennaio 2013

Danza e pittura #Junghanns


C’è chi ancora si ostina a credere che la danza non sia arte. Ma se consideriamo che la danza ha ispirato tante arti, quali la pittura, il cinema, la poesia, beh…non si può dire che non lo sia. E’ addirittura musa! 
Oggi voglio dedicare un post alla pittura ispirata alla danza ed aprire una rubrica. In realtà ho deciso di aprire tre rubriche: Danza e Pubblicità, Danza e Cinema e Danza e pittura. Tre appuntamenti al mese! Si accettano suggerimenti, come sempre.
Collegandomi ad una mostra che si sta svolgendo a Milano fino al 19 Gennaio presso la galleria Artespressione, vi mostrerò alcune immagini relative ai disegni di Reinhold Rudolf Junghanns, a cui è dedicata la mostra dal titolo Tanzen.
Pittore tedesco vissuto tra il 1884 e il 1967. Tra le sue muse ispiratrici ci sono la modella EmmyHennings, attrice e moglie del celebrato dadaista Hugo Ball e le ballerine Clotilde Von Derp e Mary Wigman, dalle quali trae ispirazione per dar vita ad una serie di opere sul tema della danza.
Chi si trova a Milano può ammirare i suoi disegni. 





sabato 5 gennaio 2013

Danza e pubblicità #1

Miracolosamente questa mattina sono sola a casa. Nessuno che piange, nessuno che litiga, nessuno che urla "mammaaaaa". Sono emozionata per questo momento di solitudine. Ho avuto un attimo di smarrimento, volevo fare così tante cose che non sapevo da dove cominciare. Così, tanto per iniziare, mi sono infilata sotto il piumone e ho deciso di dedicare qualche minuto al blog. E navigando mi sono imbattuta in pubblicità di vari prodotti che sfruttano il canale della danza. Così come Segue, marchio italiano di borse e accessori, che ha promosso la linea autunno/inverno 2012/2013 con l'immagine di ballerine. E se la devo dire tutta non mi piacciono molto. Alcune si vede proprio che non sono ballerine, e la cosa mi urta molto. Quando una non ballerina mette al piede una scarpetta da punta mi sembra un sacrilegio!!!








Bagutta, storico brand milanese di camicie, invece, ha scelto Petra Conti e Eris Nezha, solisti del Teatro alla Scala, come testimonial, scegliendo gli scatti di Julian Hargreaves che risultano essere molto eleganti.




Un'altra ancora l'ho trovata davvero molto carina e divertente. Il prodotto è una linea di smalti e il protagonista è un cavallo meraviglioso che si improvvisa ballerino di varie discipline. Con gli zoccoli ovviamente smaltati. Fantastico!



Ce ne sono molte altre pubblicità "ballerine", pian piano ve le mostrerò. Voi se ne avete qualcuna da suggerire potete farlo qui o sulla mi pagina facebook, che trovate a destra. 
Adesso continuo a godermi questa splendida solitudine! Buon fine setimana!

venerdì 4 gennaio 2013

Sono in tempo per fare gli auguri di buon anno?




Il tempo vola…è arrivato il nuovo anno e con questo spero anche tantissime cose positive. Il 2012 è stato un anno un po’ di passaggio per me, di certo è stato importante perché ho deciso di riprendere a scrivere sfruttando una mia grande passione, la danza. Dopo anni ferma a casa a crescere i due marmocchietti, ho ripreso a vedere spettacoli, andando a teatro anche da sola, cosa che non credevo di riuscire a fare e invece è molto più bello di quanto credessi. E scrivere di danza mi da soddisfazione, mi fa ballare ancora un po’, ha consentito di non farmi tagliare il laccio a quelle scarpette che ho tanto amato e odiato. Riuscire a fare interviste a coreografi importanti, rompere la mia timidezza e contattarli e ricevere tanta stima mi ha fatto bene all’anima. Ogni tanto vorrei scrivere di me, delle mie giornate, dei miei figli, ma poi penso che sià più bello che questo blog mantenga la sua caratteristica danzante. D’altronde le mie non sono critiche. Chi sono io per criticare? Nessuno. Le mie sono solo sensazioni ed emozioni riportate qui. E sono una parte di me, per questo, in fondo non c’è bisogno che io parlo di altro, la danza parla di me.
Buon anno, con un po’ di ritardo!

domenica 23 dicembre 2012

Il sogno dell'aguglia - Le reve de l'orphie




Ho visto dare ai quadri voce e movimento. Ho visto occhi dipinti raccontarsi, prendere vita, esprimersi. Quei volti che nascondono ciascuno la loro storia, accumunati dall’elemento dell’acqua, attraversati da tonni e aguglie. È quanto è accaduto al Zo di Catania dove un’ esposizione dei quadri di Sergio Fiorentino ha dato vita ad uno spettacolo di danza, prosa e musica. Le coreografie di Daniela Campione e Salvo Alicata, come sempre fluide e interpretative delle parole che accompagnano i loro movimenti, hanno avvicinato lo spettatore ad un mondo visivo in cui ci si fa coinvolgere dalle proprie sensazioni.
Ho visto un quadro di Sergio Fiorentino a casa di un amico e ricordo perfettamente di essere rimasta molto colpita dallo sguardo di quei due uomini su quella tela, sembravano volessero raccontarsi e al contempo essere imprigionati in quei colori. Lo spettacolo, Il sogno dell’Aguglia – Le revè de l’Orphie, ha permesso a tutti quei sognatori immersi nel mare di uscire dal quadro, guardarci ancora e parlare con noi. 










lunedì 10 dicembre 2012

Vittoria Ottolenghi. La Critica.


Io l’amavo, la adoravo, la leggevo con avidità, divoravo i suoi articoli. Compravo Balletto Oggi e non saltavo mai un suo articolo. Per me era una fonte di critica sacra. Mi ricordo quando lessi la sua critica negativa su Sylvie Guillem. Quando di lei disse che era fredda. Era senza peli sulla lingua. Lei era così, schietta, vera. E mi ricordo quando registravo le sue puntate in tv. Il suo programma Maratona d'estate.  Per sempre lei sarà la mia guida, anche se non c’è più.
Alla domanda: "Chi sono oggi la ballerina e il ballerino migliori del mondo?", i più rispondono: "Sylvie Guillem e Mikhail Baryshnikov". Curiosamente, proprio questi due artisti mi entrano da un occhio e mi escono dall’altro, senza lasciare traccia. Cercherò di spiegare, anche a me stessa, questa mia irragionevole indifferenza, se non addirittura animosità; nella consapevolezza che la colpa è probabilmente tutta mia.
Di Baryshnikov ho già parlato, anche su Balletto Oggi; e ne riparleremo magari un’altra volta. Per Sylvie Guillem, il mio problema viene da lontano. E cioé dal giorno in cui, tanti anni fa, arrivai in Bulgaria, come membro della giuria per l’Italia, al famoso Concorso di Varna giovani danzatori. Arrivai con qualche giorno di ritardo – e cioé quando erano già finite le prime eliminatorie. E subito l’amico André-Philippe Hersin, giurato francese per quell’anno, prima ancora di chiedermi come stavo, mi rovesciò addosso la sua travolgente, entusiasta certezza: la giovane candidata francese avrebbe vinto e stravinto, perché enormemente più brava e più bella di tutti.
Ahiahiai, il mio "rapporto" a distanza con Sylvie Guillem cominciava malissimo. Mi sentivo – sia pure amabilmente – oppressa e prevaricata da André Philippe e dalla force des choses. E così quando arrivò il giorno delle semifinali, cercai un altro giovane volto a cui guardare, e un’altra alta tecnica da esaltare. Pensai di parteggiare per Katherine Healy, un’americanina di 15 anni (che oggi è étoile del Balletto dell’Opera di Vienna). Era bruna, piccola e tondetta. Il contrario di Sylvie Guillem, bionda, alta, snella. La piccola Kathy saltava come un grillo e girava come una trottola, nelle invenzioni più virtuosistiche e acrobatiche del repertorio classico. Sylvie Guillem aveva scelto, invece, una variazione dal profumo più lirico che acrobatico: era regale, bellissima, distaccata. Troppo distaccata, mi dicevo, con qualche irritazione.
Al gran finale, mi pare, ci fu la terza tappa nel mio rapporto negativo con Sylvie Guillem: interpretò l’assolo La luna di Béjart, che tutti noi indentifichiamo con Luciana Savignano (per cui fu creato). La Savignano era una Luna insuperabile: tutto meno che distaccata. Era anzi impastata di furori segreti, sotto la gelida scorza lunare. Sylvie Guillem era, invece – mi dissi – soltanto gelida scorza. E sotto la scorza, nulla. Votai per Katherine Healy. Sylvie Guillem vinse a stragrande maggioranza, naturalmente, la Medaglia d’Oro.
La lealtà mi impose, comunque, pochi mesi dopo, di invitare Sylvie Guillem, oltre a Katherine Healy, alla "Maratona di danza" del Festival di Spoleto, che ho curato fino al 1996. C’erano, nella Maratona, un gran numero di "divi" internazionali, tra cui Rudolf Nureyev, Antonio Gades, Peter Schaufuss, Carla Fracci, Kevin MacKenzie, Ohad Naharin, Vladimir Derevianko, Elisabetta Terabust. Sylvie Guillem arrivò con Rudolf Nureyev, allora neo-direttore della compagnia dell’Opéra di Parigi, della quale lei già faceva parte. Nureyev seguì la sua prova con l’attenzione di un vero maestro: correggeva, mostrava, spiegava. Lei recepiva l’insegnamento di Nureyev con la stessa aria da regina sdegnosa, di dea gelida, che aveva a Varna. A me chiese, con piglio autoritario, di non collocarla, nel programma, dopo la Healy, ma prima. Mi lasciò di stucco, impaurita quasi, con quel suo tono che non ammetteva replica. Mi affrettai ad assecondarla. Danzò il passo a due del "Cigno Nero": bellissima, perfetta, fredda. Ma, mi dicevo, anche per legittimare la mia ostilità irritata, il Cigno Nero non deve essere freddo, col Principe, ma seducente e così colmo di passione, da eccitare anche i sassi. Fu applauditissima, da tutti, pubblico e critica, con mia buona pace.
Da allora la situazione "difficile", per me, si ripresentò in tante successive occasioni. Prima, nei vari spettacoli "Nureyev and friends": spettacoli un po’ frettolosi, forse, ma di alto livello tecnico. Il cast era sempre formidabile, con la presenza costante, oltre a quella di Sylvie Guillem, di Charles Jude, Isabelle Guérin, Manuel Legris (che allora, ci dissero, era il suo fidanzato). Una volta, ebbi anche la ventura di vederla con un altro gruppo di "Stelle dell’Opéra di Parigi", capeggiato da Patrick Dupond. Sylvie Guillem entusiasmò il pubblico con la variazione di Esmeralda, quella in cui leva più volte in alto, sopra la testa, il tamburello e lo percuote con il piede: così bella, così giovane, così acrobatica, così impeccabile. Nella mia ostilità – sempre più nascosta, sul piano ufficiale, in mezzo a tanto tripudio – mi vendicai pensando: "Dovrebbe praticare, più che la danza, la ginnastica artistica" (poi lessi, da qualche parte, che Sylvie Guillem proviene realmente dalla ginnastica artistica).
Ormai è irragiungibile: l’Inghilterra se l’è presa, come una gemma preziosa, per insediarla sul trono che fu di Margot Fonteyn. Che si può volere di più. Ma, per me, ohimé, fu l’ultima provocazione: com’è possibile che quel ghiacciolo perfetto, con la gamba levata in alto fino ai 180 gradi – e oltre, presumo, se volesse – vada a sostituire quel prodigio di grazia sorridente e di serena dolcezza, che fu Margot, una vera regina? E, in piena consapevolezza della mia miopia e della mia partigianeria, finii per ignorarla, per dimenticarla quasi, lasciandola lassù, agli Inglesi fedifraghi.
Ma rieccola, tenuta per la mano da Maurice Béjart alla fine di Boléro, fiero ed emozionato, come se Sylvie Guillem fosse sua figlia. Di quel Boléro non ricordo nulla, se non l’applauso universale, il rosso tiziano della sua capigliatura, i capelli lisci, la frangetta, il body rosso cupo, come un costume da bagno "Jantsen" degli anni Trenta, a un solo pezzo, e la muscolatura quasi mascolina. Non sono riuscita a rintuzzare, nel segreto dei miei pensieri, il commento più sleale e trasgressivo, a questa sua nuova immagine. E a chi mi chiedeva, dopo lo spettacolo: "Non è fantastica?" oppure "È divina, non trovi?" ho sempre risposto a bassa voce: "Sì certo", felice di non doverne scrivere il giorno dopo.
Ma adesso le cose si complicano: Sylvie Guillem sta per tornarmi davanti agli occhi, come coreografa e interprete principale di Giselle. I ballettofili perfetti già pregustano il meraviglioso evento. Io, col capo sotto la sabbia, come uno struzzo, cerco di non pensarci. Già me la vedo: bella, acrobatica, elegantissima, nel primo atto; pallida e fredda come la luna, e con le perfette punte d’acciaio, nel secondo. E già prevedo il suo trionfo, mentre io – incapace di incassare anche quest’altro colpo – me ne tornerò a casa con la coda tra le gambe, pensando alla Chauviré, alla Pontois, alla Fracci, alla Makarova, con clandestino rimpianto.
Vittoria Ottolenghi(BallettoOggi n°115 – Febbraio/Marzo 1999)


martedì 13 novembre 2012

Odisseo, il naufragio dell'accoglienza. Compagnia Zappalà Danza.



Finalmente dopo mesi di silenzio, dopo mesi di astinenza dagli spettacoli di danza, domenica sera sono andata a vederne uno.
Compagnia Zappalà Danza, Scenario Pubblico, Catania.
Compagnia e sede, un connubio per me magico, perché quel posto è davvero speciale, è un angolo di paradiso, un posto in Sicilia quasi surreale.
Sì, perché in questo posto, sede della compagnia e dell’associazione no profit si riesce sempre a respirare aria di arte, si respirano emozioni.
Questo è il secondo spettacolo della compagnia a cui assisto. Dopo Silent as…, domenica ho visto Odisseo, il naufragio dell’accoglienza. Non è uno spettacolo semplice da raccontare, ma è uno spettacolo pieno di sentimento, sentimento che viene dallo stomaco, come un pugno, come un conato di vomito, quello che i danzatori hanno all’inizio dello spettacolo sputando fuori la loro emozione. Sentimento come quello di un abbraccio, simbolo chiave di tutto lo spettacolo, simbolo, appunto, dell’accoglienza. Un’ora e mezza trascorsa tra i brividi di un mare in tempesta, tra le convulsioni dei naufraghi, la loro sofferenza, il loro dolore che fuoriesce dalle loro urla. Gli otto danzatori si mostrano forti, scattanti, e molto teatrali. I loro sguardi non mi hanno lasciata per un attimo, li ho sentiti addosso tutto il tempo come la paura della morte durante un naufragio, le loro urla di protesta urlate con tutta la rabbia di chi la sofferenza l’ha provata sulla propria pelle mi hanno inchiodata alla sedia, rendendomi incapace di reagire, ma allo stesso tempo dandomi quell’impeto di alzarmi anche io per urlare il mio dolore.
Il tutto scadenzato dalla voce calda e rassicurante di Franco Battiato che recitava un passo delle letture di Lucrezio e dalla voce lirica di Marianna Cappellani.
Ho ritrovato degli elementi chiave della Compagnia, che si ripetono nelle produzioni di Zappalà, elementi che rendono veramente inconfondibile il suo stile e che mi fanno tornare la voglia di rivivere con loro le emozioni che sanno regalare.
A fine spettacolo c’è stato l’intervento di due fratelli del coreografo che ci hanno voluto rendere partecipi di un loro dispiacere, quello di non aver ricevuto, al contrario dello scorso anno, i finanziamenti pubblici, essendo stati deliberatamente declassati da una commissione dalla categoria A alla categoria D. Mi è dispiaciuto davvero tanto, perché il teatro italiano continua a vivere un momento sempre più buio e un posto come lo Scenario Pubblico che, a Catania e oserei dire sicuramente in tutta la Sicilia orientale,  è l’unico luogo che consente di assistere a spettacoli di alto livello, dovrebbe essere sostenuto da enti pubblici e privati, perché l’arte è quel che ci rimane per riempirci di emozioni ed evadere da questo momento difficile in cui ci troviamo.









mercoledì 7 novembre 2012

Tanti cigni, tanti laghi

Devo dire che io personalmente non mi stanco mai di vedere Il lago dei cigni, seppur visto e rivisto mi emoziona sempre. Le musiche di Čajkovskij, il suono di quell'arpa, quei tutù bianchi...Non so se invece voi vi siete stancati del solito tema fiabesco, dei soliti assoli e pas de deux, in caso di risposta affermativa direi che ci sono tantissime alternative, alcune molto valide altre...un pò meno!
Negli ultimi anni il tradizionale Lago dei cigni ha ispirato moltissimi coreografi, a tal punto da trarne tematiche sociali contemporanee stravolgendone la sua originalità. Mi viene in mente Odette Odile Investigations di Enzo Cosimi a cui ho dedicato un post dopo averlo visto che potete leggere qui. Ma credo che molto più interessante possa essere per  esempio il “Dada Masilo’s Swan Lake” della omonima coreografa, che si pone la domanda "E se il principe fosse gay? E se si innamorasse di un Odile uomo?” affrontando così il tema dell'omosessualità. Le musiche di Čajkovskij mixate a canti del Continente Nero, con uno stile coreografico decisamente africano regalano uno spettacolo coinvolgente e molto particolare.











Tornando in Italia una recentissima rilettura del lago dei cigni è quella di Loris Petrillo e della compagnia Opus Ballet. Anche qui le tradizionali musiche del compositore russo vengono mescolate a samba e suoni del quotidiano con uno stile contemporaneo in cui predomina una fisicità istintiva e animalesca senza mai perdere l'eleganza dei cigni. Qui il tema è la perdita dell'innocenza dell'uomo attualizzato ai giorni nostri.






Sempre di cigni e lago parliamo con Luc Petton, "Swan", in cui viene raccontata la trasfigurazione uomo/animale, ma questa volta i cigni sono veri e sono sul palco. Incredibile la simbiosi tra danzatori e cigni. Simbiosi nata dal contatto diretto e costante tra le sei danzatrici di Petton e i cigni fin dalla loro nascita.
Vi riporto di seguito una intervista tratta dal sito web di Danza & Danza:
- Come si è sviluppato il lavoro in sala prove tra danzatrici e cigni? Immagino sia stato un lungo lavoro di conoscenza reciproca…
“Il protocollo applicato è stato quello messo in luce da Konrad Lorenz: l’impregnazione. Ovvero abbiamo preso i cigni, bianchi e neri, dal giorno in cui si sono dischiuse le uova. Sono nati tutti alla presenza delle danzatrici, degli uccellatori e mia, e questo ha creato sin dalla tenera età una relazione vera che da sola ha permesso questa complicità. Un contatto assiduo per più di due anni. Ma devo ammettere che i cigni a loro volta hanno impregnato le danzatrici. Come tutte le relazioni, anche questa funziona a doppio senso”.
- E questo ha permesso che tutto filasse liscio?
“Per molto tempo le danzatrici hanno dovuto lavorare per eseguire movimenti rapidi e cambiamenti repentini di direzione senza che i cigni le attaccassero. Per costruire lo spettacolo hanno dovuto apprendere il loro modo di camminare ‘dondolante’, il gesto di ‘alzare le natiche’ e a ondulare braccia e gambe come fanno loro con il collo. E’ un animale non univoco che apre a molteplici prospettive di scrittura coreografica”.







Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. A voi la scelta!

sabato 2 giugno 2012

Un invito speciale



Mercoledì per me è stata una giornata emozionante. Qualche giorno prima mi è arrivato un invito per vedere Il lago dei Cigni dell'Opera di Stato di Praga al Teatro Massimo Bellini. Mi sono incontrata con la persona che mi ha invitata proprio nella meravigliosa piazza del teatro Massimo che al tramonto assume dei colori meravigliosi e dopo un breve aperitivo abbiamo incontrato la dolcissima truccatrice del teatro che mi ha portato dietro le quinte e...che emozione! Erano due anni che non sentivo quell'odore inebriante del palco. Il sipario chiuso, i ballerini che si scaldavano e tutti quei tutù bianchi dei cigni posizionati a testa in giù per non far abbassare il tulle. Dopo questo assaggio siamo state accompagnate nella balconata centrale e lo spettacolo ha avuto inizio. Seppur visto e rivisto è sempre emozionante vedere le coreografie de Il lago dei Cigni e soprattutto sentire le musiche dal vivo dell'orchestra. E il teatro, che dire? Stupendo. Immaginavo fosse bello, ma non pensavo così tanto! Credo uno dei teatri più belli che abbia mai visto!

Buon fine settimana!




sabato 12 maggio 2012

Succo di vite






Non avevo nessuna voglia di andare a vedere Succo di Vite, uno spettacolo di danza e teatro sui temi biblici con coreografie di Daniela Campione. Per quanto la religione mi stia a cuore, non avevo la giusta energia per affrontare certi importanti temi. E invece mi sono seduta nella poltrona del piccolo Teatro E.Piscator a Catania sbadigliando e mi sono alzata schioccando emozionata le mani.

Lavoro arduo quello di scegliere tra l'infinità di brani della letteratura sul cristianesimo, sul rapporto Dio-uomo. Bibbia, salmi, cantico dei cantici e libro della sapienza, ma anche citazioni di un più contemporaneo Dostoevskij. Versi raccolti in un'ora di musica, danza e prosa.

Intense le interpretazioni degli attori e dinamica tutta la scena. Gli attori recitavano in sala e sul palco, si rincorrevano in platea appoggiati dalle coreografie che esaltavano i testi. Avvolti tutti da una benda sugli occhi,come se non volessero vedere, non volessero conoscere l'immenso mistero di Dio fino a sottolineare alla fine l'importanza della Sua presenza nella nostra quotidianità, abbracciando la Sua immensità.
Bravi gli attori, Gabriele La Spina, Damiano Pellegrino e Mario Piana, e i danzatori, Salvo Alicata e Stefania Grasso, e brava soprattutto Daniela Campione, non conoscevo il suo talento, la sua leggiadria e la sua precisione nei movimenti. Le sue coreografie per niente scontate delineano un suo attento stile.



Prossimo appuntamento il 17 Maggio al teatro E.Piscator di Catania con Delikatessen, coreografie di Enrico Musmeci.

venerdì 4 maggio 2012

Interplay/12


Andrea Gallo Rosso

Non deve essere un caso se vi parlo di un altro festival della danza a Torino. Evidentemente è una città molto sensibile alla danza, dando più volte l'anno spazio a compagnie affermate, emergenti, italiane e straniere.
La rassegna in questione è Interplay, arrivata alla sua 12ma edizione che si terrà dal 16 al 25 Maggio. 
Il festival é articolato in 15 prime nazionali, 3 prime Assolute, 2 coproduzioni, 16 ospiti internazionale e 11 nazionali che si
esibiranno sia in eventi di Danza urbana in varie parti della città che in tre importanti teatri. 
Il sito di Mosaico Danza detta quanto segue: "Gli artisti presenti sono coloro che si sono distinti nella geografia contemporanea per l’uso significativo‚ coraggioso e personale del linguaggio coreografico‚ estremamente contemporaneo... alle volte urticante...che mette in discussione le regole‚ i codici estetici‚ gli stili di vita: uno spaccato sulla realtà che non può esulare dall’ineluttabile parossismo della massificazione globale legata ad un’estetica‚ un’etica quantitativa e materialistica in netto declino"


Interessante la possibilità, a chiunque volesse, di entrare come
volontari nel team dell'organizzazione. Una bella opportunità per
chi vorrebbe iniziare a lavorare in questo settore imparando con la pratica.
Inoltre Durante questo periodo ci si può iscrivere ad un workshop
intensivo di danza urbana tenuto da La Macana, compagnia di danza
spagnola e ad un laboratorio gratuito di scrittura critica (che dovrei fare io per imparare il mestiere, peccato che vivo a 1400 km da Torino!) a cura di Altre Velocità aperto a tutti gli studenti dell'università di Torino, Al gruppo di performer selezionati per il progetto co.dance E a tutti gli spettatori che siano interessati.
Ed è qui che nasce una bella collaborazione con Mosaico Danza. 
I partecipanti al laboratorio di scrittura critica potranno pubblicare le loro recensioni sugli spettacoli a cui assisteranno durante il festival Interplay proprio su questo blog e tra di loro ci sarà anche un vincitore.
Il premio? Un biglietto omaggio per uno spettacolo di danza che si terrà al teatro antico di Taormina e anche un regalino in più...
Tutto gentilmente concesso da Volevo essere Giulietta!
Interessante no?
Insomma, un regalo per tutti, per noi che non potremo essere a Torino durante Interplay perchè avremo la possibilità di essere informati da spettatori critici e per loro che potranno avere la possibilità di vincere un ingresso gratuito ad uno spettacolo di danza in uno dei posti più belli al mondo!

Nel prossimo post tutti i dettagli.

Di seguito alcune delle compagnie che parteciperanno alla dodicesima edizione di Interplay.

La Macana
Tabea Martin

Tania Raman + Dbini Industries

Yasmeen Godder

Yuval Pick

Ambra Senatore

Francesca Foscarini